Il direttore dell’Istituto di studi giuridici internazionali del Cnr, Fabio Marcelli, esamina il ruolo attuale delle Nazioni Unite, evidenziandone la crisi, ma sottolineandone anche l’“importanza essenziale e insostituibile per il nostro futuro”

Le recenti, tragiche vicende della guerra in Ucraina ripropongono con angosciosa inquietudine antichi interrogativi sull’utilità del diritto internazionale e dell’istituzione che più di ogni altra si propone da oltre settant’anni di tradurne in pratica i precetti, le Nazioni Unite. La crisi di entrambi è innegabile. Le Nazioni Unite ci appaiono incapaci di adempiere al compito essenziale stabilito dal Preambolo della Carta, risparmiare alle generazioni future il flagello della guerra. Ma a ben vedere questa non è una novità. Gli oltre settant’anni trascorsi sono stati caratterizzati da un susseguirsi ininterrotto di guerre. Secondo gli studiosi, solo il potere deterrente delle armi nucleari – cosiddetta distruzione mutua assicurata, secondo l’acronimo inglese Mad (Mutual Assured Destruction)  –  ha finora impedito una conflagrazione catastrofica globale e ci auguriamo che continui a impedirla.

La fine della divisione del mondo in blocchi contrapposti, con il crollo del muro di Berlino e la conclusione dell’esperienza sovietica, a cavallo dell’inizio degli anni Novanta, avevano generato grandi speranze, rivelatesi in seguito eccessive e superficiali. Gli anni successivi sono stati contrassegnati da un ritorno in auge della guerra come strumento di soluzione delle controversie internazionali e di affermazione delle politiche di potenza. Ben prima della Russia, oggi giustamente sotto accusa per l’invasione dell’Ucraina, vi hanno fatto ricorso in varie occasioni (Iraq, ex Jugoslavia, Afghanistan, Libia, Siria) gli Stati Uniti, a volte in concorso con altre potenze occidentali, compresa l’Italia.

Altrettanto vani sono stati gli auspici delle Nazioni Unite per quanto riguarda le cosiddette sfide del millennio, lanciate dal Vertice dei capi di stato e di governo che si è svolto nel settembre 2000. Si trattava, in sostanza, di dare vita a un mondo più giusto e sostenibile, rispondendo alle problematiche di tipo sociale e ambientale tra di loro strettamente intrecciate. Le successive peripezie delle varie conferenze aventi a oggetto il cambiamento climatico, fino a quella di Parigi del dicembre 2015 e a quella ancora più recente di Glasgow, hanno dato risultati notevolmente inferiori rispetto alle aspettative e, soprattutto, alle necessità oggettive. L’eccessiva subordinazione alle logiche del mercato, l’ingenua speranza che l’arricchimento illimitato di pochi avrebbe comportato un benessere generale, lo smantellamento delle politiche e degli apparati pubblici, in parte sostenuto dalle istituzioni finanziarie internazionali (Fondo monetario internazionale, Banca mondiale) hanno concorso al fallimento. La pandemia, e ora la guerra in Ucraina, con le sue conseguenze disastrose anche sul piano economico in settori strategici come quello energetico e quello alimentare, hanno fatto il resto. Anni molto difficili si prospettano un po’ per tutti, ma soprattutto per i più deboli e per le aree più marginali del sistema internazionale, che ne rappresentano poi la maggioranza.

Nazioni Unite (e diritto internazionale) inutili e superati quindi? Assolutamente no. È anzi oggi più che mai necessario che l’Organizzazione diventi, con maggiore forza e determinazione che in passato, il punto di riferimento e il quadro per quel governo multipolare dei problemi internazionali che si rivela sempre più indispensabile e urgente. Alternative non ce ne sono, se non la guerra tra gli Stati e dentro gli Stati, ovvero il fallimento definitivo di ogni progetto di regolazione sociale della convivenza umana. Di questo occorre essere consapevoli.  In un mio libro di prossima pubblicazione osservo che analizzando il divenire storico “della comunità internazionale e del diritto internazionale, è dato riscontrare una sorta di movimento pendolare periodico. A fasi di contrapposizione violenta mediante conflitti armati fanno seguito tentativi di costruire un’organizzazione internazionale che funga da luogo di prevenzione dei conflitti e soluzione delle controversie”.

Occorre augurarsi che l’attuale drammatica situazione non degeneri al punto da interrompere tale moto e che il vetro, materiale dal quale prende il nome il palazzo destinato da oltre settant’anni quale sede delle Nazioni Unite, dimostri di essere materiale resistente e resiliente. Oltre che trasparente, caratteristica quest’ultima essenziale per permettere un’adeguata partecipazione democratica a un’impresa, come nessun’altra mai, di importanza essenziale e insostituibile per il nostro futuro.

Leggi su “Almanacco della Scienza” dell’Ufficio Stampa del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR)

Fonte: Fabio Marcelli, Istituto di studi giuridici internazionali, e-mail: fabio.marcelli@cnr.it